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La storia siamo noi|
Da “Storia della canzone napoletana” S. di Massa,ed fausto fiorentino – Napoli “Sentimento e fantasia” G. Sarno,ed Bideri – Napoli “Musica colta e musica popolare” L. Villevieille Bideri,ed Siae “Il café – chantant e la canzone a napoli “S Di Massa ed Fiorentino
Il lavoro critico svolto negli ultimi 70 anni per approfondire e spiegare la nascita e lo sviluppo della canzone popolare napoletana è immenso, in queste pagine si intende dare un piccolo scorcio , approfondendo alcuni temi che coinvolgono – in particolare – la storia delle edizioni Bideri.
Andiamo a cominciare.
Napoli è, per definizione, la città del sole e dell’amore, quindi anche la città del canto, ispirato da elementi come la luce, il calore, e l’amore, di cui la città è bandiera. |
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L’origine del canto napoletano è talmente lontano nel tempo da perdersi nel mito. I greci infatti, situarono le sirene e le loro irresistibili voci in questa zona. Non è un caso che Partenope sia il nome di una sirena! L’origine mediterranea ha nelle sue pieghe cadenze di provenienza dall’oriente e dall’occidente, dalla Grecia e dalla Spagna: Questi elementi si sono fusi, nel passaggio attraverso il golfo di Napoli, dando vita ad un canto inconfondibile , con caratteristiche di dolcezza e allegria tendente alla malinconia. La dolcezza struggente, l’allegria dolente che ritroviamo ancora oggi nelle voci dei venditori ambulanti, nelle tarantelle frenetiche, è testimoniato già nel Satyricon di Petronio, che ritrae la società decadente dell’Impero all’epoca di Augusto, nelle ville sparse sulle colline e sulle baie partenopee. Il canto di due giovani innamorati, la voce roca dei venditori di frutti di mare, il grido delle venditrici di verdure, le voci promiscue dei venditori di cenci vecchi, la folla avida e litigiosa, i cantastorie, tutti questi costumi così ben descritti da Petronio sono ancora oggi presenti nelle vie di Napoli e ancora sono ispirazione per i musicisti partenopei. |
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La prima grande vera grande espressione musicale della canzone napoletana avvenne con la comparsa della villanella. Giovanni Boccaccio ne riporta alcuni versi nel “Decamerone” nel 1350 .Le villanelle, di cui restano pochi versi, sono di origine cittadina , quindi popolareschi, o di origine paesana e campagnola, popolari. Contadine si accompagnano con nacchere e tamburelli e raccontano scene di vita campestre in pubbliche feste, o durante balli, o canzoni d’amore , più dolci, sottolineate dal liuto o dal calascione. Nel suo passaggio dalla campagna e dai paesi alla città, la canzone si trasforma. I cantori girovaghi portavano i canti nelle città. Ma nelle città si respiravano altri ritmi e priorità, fiorirono così canti ispirati ad avvenimenti politici e sociali, e le canzoni paesane subirono mutamenti nell’espressione dei sentimenti. Anche la melodia assunse un andamento più polifonico, e ciò le allontanò gradualmente dal gusto degli strati popolari. In un periodo successivo, verso la fine del secolo XVI, la villanella si trasforma in canzonetta e si modella sul tipo strumentale di un’aria per danza. Esempi di antiche villanelle , reinterpretate da Sergio Bruni: “Villanella ch’all’acqua vaie" (1500) e "Vurrìa reventare suricillo" (1722) La serenata paesana veniva considerata un rito attraverso il quale i due fidanzati si impegnavano al cospetto del mondo e degli uomini in una promessa d’amore. Dopo il chiaro consenso della famiglia dell’amata il giovane poteva esibirsi, con l’aiuto di musici e amici .Senza il consenso esplicito parleremmo di serenata a dispetto, che avrebbe potuto provocare reazioni, anche gravi, da parte dei parenti della giovane. Molte sono le testimonianze già dal Cinquecento. |
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Alla fine del 1800 Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo ed altri grandi poeti cominciarono a comporre versi che ottimi musicisti rivestirono di belle melodie, dando così nuovo vigore alla serenata. Nascono così “Serenata napulitana” di Salvatore di Giacomo, e “Scetate” (ascolta) di Ferdinando Russo, musicate da Mario Costa, a cui aggiungiamo “Maria Marì” e “Torna maggio” Questi canti, nati per esprimere sentimenti d’amore nelle campagne, in città subiscono uno snaturamento nell’accompagnamento musicale, con l’uso di vere e proprie orchestrine, e cambiano anche i testi, che acquisiscono sfumature guascone “Guapparia” (ascolta) o ironiche come in “Sciurdezza bella “, dove 44 innamorati traditi dalla stessa donna si raccolgono sotto la sua finestra suonando i più disparati strumenti. |
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Un’altra tipica canzone napoletana è la barcarola , suggestivi canti tradizionali delle popolazioni di marinai e pescatori. Il massimo sviluppo del genere si raggiunse nel 1800 , con brani come “ Luna nova” (ascolta), "O marenariello" e ”Piscatore ‘e Pusilleco” (ascolta),divenuti oramai classici del genere. |
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Anche la posteggia reclama il suo posto; un complesso di cantanti e suonatori che allieta la gente nelle trattorie . Eredità degli antichi girovaghi che diffondevano canti nelle corti come nei paesi, si rinnova nei secoli arrivando fino a noi: “Dduje paravise” (ascolta ), scritta nel 1924 è un esempio di posteggia di grande successo. Una voce. Non un tenore o un baritono, solo una voce che sappia narrare , ”..il posteggiatore viene vicino e canta, un po’ curvo, quasi sottovoce… La sua faccia non si altera, non compie gesti, ma narra di drammi e passioni accompagnandosi solo con chitarra e mandolino..”
La canzone nel Seicento, è in declino. E’ ancora in voga la villanella, ma la degenerazione del genere si fa sempre più sentire. Questo secolo porta con sé la nascita del melodramma, genere più adatto al pubblico delle Corti, che meglio apprezzava fastose messe in scena di racconti mitologici. Ma nel Settecento, il dilatarsi di questa forma d’arte portò alla pesantezza e all’esagerazione degli apparati scenici e ad una complessità musicale ridondante che necessitava di un alleggerimento. Si inserirono quindi, tra un atto e l’altro, gli intermezzi, che invece di racconti di carattere storico o mitologico narravano scene di vita popolare. E’ L’inizio di quella che sarà l’Opera Buffa. |
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I personaggi dell’opera buffa si tuffarono nella vita napoletana, e così sul palco apparvero piazze e balconi, proteste d’amore, litigate. Il passagio dall'opera buffa alla vera e propria Commedia Dialettale avvenne in modo del tutto naturale. Portata alla conoscenza di tutti grazie alle rappresentazioni dei buffono girovaghi, diede modo a molti artisti di trarre spunti nuovi e freschi dallo spirito popolare. Il successo fu immenso, fino ad arrivare a Parigi, con l'Opéra comique, e finanche nei teatri di Londra. Il successo di questo genere nacque quindi come reazione alla pesantezza e alle macchinosità del melodramma. Nello spirito, nelle scene e nei personaggi di questo nuovo genere si rispecchiava la vita di uno strato di popolazione di quel tempo, ed era ispirato proprio dalla cultura popolare, che poi veniva usata e rielaborata dagli artisti del tempo.
Moltissimi sono gli spunti da cui partiranno autori del primo novecento come Salvatore di Giacomo per le sue canzoni, per esempio la Canzone Amirosa, ispirata da "L'amore ingegnoso" del 1745. Si conclude il Settecento, in cui, come abbiamo detto, la canzone puòvivere soprattutto attraverso l'Opera Buffa. L'Ottocento sarà caratterizzato da una lenta rinascita e dal fiorire della canzone napoletana così come è nota ancor oggi.
Le canzoni hanno testi ispirati ad avvenimenti di vita cittadina, continuando la tradizione iniziata dall'Opera Buffa di raccontare storie di umili artigiani o pene d'amore di povere sartine. Si sviluppano così le "Macchiette" e le canzoni drammatiche. Scene di vita allegre o cupe vengono narrate in tre o quattro strofe intervallate da un ritornello. Così, accanto alle canzoni già citate, ricordiamo "Cicerenella" o la splendida "La fiera di Mast'andrea". Canzoni di guappi, Tarantelle e Serenate vengono cantate nei vicoli e per le strade di Napoli. Dalle canzoni drammatiche naceranno poi le "canzoni 'e giacchetta", che esamineremo in un secondo tempo. Si affermano inoltre canzoni "cittadine", così chiamate per la loro forma e ritmo, tra cui "Lo Cardillo" , "La Palummella" e "La Scarpetta". Eppure questo secolo ci dona pochissimi autori degni di nota; Cottrau, Mercadante, Ricci, ma in generale i testi sono poco rimarchevoli, le musiche sciatte, banalmente affettuose e senza respiro, di una spensieratezza insipida. Qualcosa di nuovo successe nel 1835, anno in cui Raffaele Sacco scrisse i versi di "Te vojo bene assaje" su musica composta - si dice - da Gaetano Donizetti: fu un'esplosione. A Napoli regnavano i Borboni, la vita sociale era tranquilla, si svolgeva per riti oramai consolidati. Uno di questi era la periodica. Le periodiche erano riunioni settimanali che si svolgevano in grnde allegria, tra famiglie amiche. "..si chiacchierava, si sorbivano gelati, si giocava a carte. Si faceva musica. Un sera don Raffaele anunziò di avere scritto una canzone. Alla fine della serata le note di Te vojo bene assaje erano cantate in coro da tutti i partecipanti alla riunione."
Il brano arrivò in men che non si dica in tutte le vie ed i vicoli di Napoli. Le periodiche, le feste familiari dove si cantava e si ballava, i casotti, teatrini allestiti nei bassi o nelle baracche per gli strati più popolari, contribuirono a diffondere la canzone in modo veloce e capillare.
La festa tradizionale di Piedigrotta, ricorrenza che dopo il 1860 aveva perso l'importanza ad essa conferita dalle parate militari con l'intervento dei Reali, fu ripristinata nel 1876 ad iniziativa popolare e divenne nel giro di qualche anno la maggiore occasione per la presentazione delle nuove canzoni. Una di queste fu "Funiculì funiculà", scritta per l'inaugurazione della funicolare per il Vesuvio. La canzone si canta ancora oggi.
Solo dopo il 1880 apparvero le prime canzoni di Costa, Tosti, Valente e Di Capua, e con compositori di questo calibro la canzonetta troncò ogni rapporto con la musica melodrammatica ed acquistò quello stile che rese la musica napoletana celebre a livello internazionale. E un grandissimo merito di questo successo va ad un poeta : Salvatore di Giacomo.Con questo artista si segna l'apertura di un nuovo ciclo, il più fecondo della musica napoletana. Il rinascere ed il diffondersi delle canzoni
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